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30 juin 2012 6 30 /06 /juin /2012 19:53

Una donna incinta mangia il prezzemolo dell'orto di un'orca e, colta sul fatto, le promette la creatura che partorirà. Nasce Petrosinella, l'orca se la prende e la chiude in una torre. Un principe se la porta via e, con l'aiuto di tre ghiande, evitano l'orca e, portata a casa dall'innamorato, diventa principessa.

 

C'era una volta una donna gravida chiamata Pascadozia che, affacciata a una finestra che dava sul giardino di un'orca, vide una bella aiuola di prezzemolo, del quale le venne una tale voglia, che si sentì di svenire; tanto che, non potendo resistere e spiando l'uscita dell'orca, ne colse una manata. Ma, tornata a casa l'orca e volendo fare la salsa, si accorse che c'era passata una falce mariola e disse: "Mi si possa scardinare l'osso del collo se non acchiappo questo manico d'uncino e non lo faccio pentire, così che impari a mangiare nel suo tagliere e a non scucchiarare nelle pignatte altrui". Ma, continuando la povera Pascadozia a scendere nell'orto, una mattina ci fu sorpresa dall'orca che, furiosa e inviperita, le disse: "Ti ho acchiappato, ladra mariola! Forse paghi l'affitto di quest'orto, che vieni senza scrupolo a fregarti le mie erbe? Parola mia, che non ti manderò a Roma per penitenza!" La disgraziata Pascadozia cominciò a discolparsi, dicendo che non per gola o per ingordigia che avesse in corpo il diavolo l'aveva accecata a fare questo peccato, ma perché era gravida e aveva paura che la creatura nascesse con la faccia seminata di prezzemolo; anzi avrebbe dovuto esserle grata perché non le aveva mandato neppure un orzaiuolo. "Altro che parole vuole la sposa!" rispose l'orca "non mi prendi all'amo con queste tue chiacchiere! Tu hai finito di vivere, se non prometti di darmi la creatura che partorirai, maschio o femmina che sia". La povera Pascadozia, per allontanare il pericolo immediato, lo giurò con una mano sull'altra, e così l'orca la lasciò libera. Ma, venuto il tempo del parto, fece una bambina così bella, che era un gioiello, e che, poiché aveva sul petto un ciuffo di prezzemolo, la chiamò Petrosinella; la quale, crescendo ogni giorno di un palmo, quando ebbe sette anni, la mandò dalla maestra. La quale, ogni volta che andava per la strada, e incontrava l'orca, questa le diceva: "Di' a tua mamma di ricordarsi della promessa!" E tante volte ripeté questo ritornello che la povera mamma, non riuscendo più a sopportare questa musica, una volta le disse: "Se incontri la solita vecchia e ti chiede di quella maledetta promessa, tu rispondile: Prenditela!" Petrosinella, che non sapeva della promessa, incontrando l'orca e dicendole questa la solita frase, innocentemente le rispose come le aveva detto la mamma e l'orca, afferratala per i capelli, se la portò in un bosco dove non entravano mai i cavalli del Sole, per non pagare l'affitto per quei pascoli delle ombre, chiudendola in una torre, che fece sorgere con un incantesimo, senza porte, senza scale, con una sola finestrella, attraverso la quale, afferrandosi ai capelli di Petrosinella, che erano lunghi lunghi, saliva e scendeva come fa di solito il mozzo sulle sartie dell'albero. Ora avvenne che, essendo l'orca fuori da quella torre, Petrosinella aveva messo la testa fuori da quel buco e disteso le trecce al sole. Passò di lì il figlio di un principe, il quale, vedendo due bandiere d'oro, che chiamavano le anime ad arruolarsi nell'esercito dell'Amore, e ammirando dentro quelle onde preziose una faccia da sirena, che incantava i cuori, s'incapricciò fuori misura di tanta bellezza. E, inviatole un memoriale di sospiri, fu decretato che la fortezza si arrendesse alla sua grazia. E la trattativa andò così bene che principe ebbe cenni di capo in cambio di baci sulle mani, strizzatine d'occhi in cambio di riverenze, ringraziamenti in cambio di profferte, speranze in cambio di promesse e parole gentili in cambio di salamelecchi. La qual cosa continuata per più giorni, presero tanta confidenza che giunsero alla decisione di incontrarsi da vicino; la qual cosa doveva avvenire di notte (quando la Luna gioca a passera muta con le stelle) lei avrebbe dato un sonnifero all'orca e l'avrebbe tirato su con i suoi capelli. E, rimasti così d'accordo, venne l'ora stabilita e il principe arrivò alla torre, dove, fatte calare con un fischio le trecce di Petrosinella e, afferratosi e due le mani, disse: Alza! E, tirato su, si gettò per la finestrella nella camera, se ne fece un pranzetto di quel prezzemolo in salsa di Amore e, prima che il Sole insegnasse ai suoi cavalli a saltare nel cerchio dello Zodiaco, se ne scese per la stessa scala d'oro a fare i fatti suoi. E la qual cosa ripetendosi molte volte, se n'accorse una comare dell'orca, che, prendendosi il fastidio del Russo, volle mettere il muso nella merda, e disse all'orca di stare attenta, perché Petrosinella faceva l'amore con un certo giovane e sospettava che la cosa fosse andata ancora più avanti, perché vedeva il ronzio e il traffico che c'era, e dubitava che, se si faceva una retata, sarebbero state sfrattate da quella casa prima di maggio. L'orca ringraziò la comare dell'avvertimento e disse che sarebbe stato pensiero suo d'impedire la strada a Petrosinella; a parte che non era possibile che riuscisse a fuggire poiché le aveva fatto un incantesimo, che se non avesse avuto in mano tre ghiande, che erano nascoste in una trave della cucina, era un'opera persa che potesse filarsela. Ma, mentre facevano queste chiacchiere, Petrosinella, che stava con le orecchie spalancate e aveva qualche sospetto sulla comare, sentì tutto il ragionamento; e, appena la Notte stese i vestiti neri per preservarli dalle tarme, venuto come al solito il principe, lo fece salire sulle travi e, trovate le ghiande, che sapeva come usare per essere stata fatata dall'orca, fatta una scala di spago, se ne scesero giù tutti e due e cominciarono dare di calcagno verso la città. Ma, essendo visti mentre uscivano dalla comare, questa cominciò a strillare chiamando l'orca, e fu tanto lo strepito che quella si svegliò e, sentendo che Petrosinella se n'era fuggita, se ne scese per la stessa scala che era legata alla finestrella e cominciò a correre dietro agli innamorati. Li quali, appena li videro arrivare verso di loro più veloce di un cavallo imbizzarrito, si sentirono perduti, ma, ricordandosi Petrosinella delle tre ghiande, ne gettò subito una a terra, ed ecco spuntare un cane corso così terribile (oh, mamma mia!) che abbaiando con tanto di bocca aperta corse verso l'orca per farsene un boccone. Ma quella, che era più furba del diavolo, messa la mano in tasca, ne tirò fuori una pagnotta e, gettandola al cane, gli fece calare la coda e sbollire la furia.

E, tornata a correre dietro a quelli che fuggivano, Petrosinella, vistala avvicinare, gettò la seconda ghianda ed ecco uscire un feroce leone che, sbattendo la coda a terra e scuotendo la criniera, con due palmi di gola spalancata si preparava a inghiottire l'orca. E l'orca, tornando indietro, scorticò un asino che pascolava in un prato e, messasi addosso la sua pelle, corse di nuovo verso quel leone, che, credendola un asino, ebbe tanta paura che ancora fugge. Per la qual cosa, saltato questo secondo ostacolo, l'orca tornò a inseguire quei poveri giovani che, sentendo il rumore dei passi e vedendo la nuvola di polvere che s'alzava fino al cielo, capirono che l'orca arrivava di nuovo. La quale, avendo sempre il sospetto che il leone continuasse a inseguirla, non si era tolta la pelle dell'asino e, avendo Petrosinella gettato la terza ghianda, ne uscì un lupo che, senza dare tempo all'orca di trovare un nuovo espediente, se la inghiottì come fosse un asino. E gli innamorati, finalmente fuori dei guai, se ne andarono piano piano nel regno del principe, dove, con il consenso del padre, lui se la prese in moglie e provarono dopo tante tempeste di difficoltà che

un'ora di buon porto fa dimenticare cent'anni di tempeste.

 

Giovan Battista Basile

Lo Cunto de li cunti, 1634

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